Il corallo non è mai solo un materiale.
Nel lavoro di Antonio Di Giuseppe diventa corpo, memoria, talismano. Un frammento di mare che attraversa il tempo e si trasforma in linguaggio contemporaneo.
Tra archetipi antichi, notti insonni e città cariche di storia, i suoi gioielli non cercano di decorare, ma di proteggere, accompagnare, raccontare.
Questa intervista è un viaggio intimo dentro un immaginario dove il sacro incontra il quotidiano, il desiderio si fa simbolo e l’ornamento torna ad avere un significato profondo.
Quando hai capito che il corallo non era solo un materiale?
Non c’è stato un momento preciso. Il primo vero incontro risale all’infanzia: un braccialetto di corallo regalato per il compleanno. Al Sud il corallo è protezione, non decorazione. Crescendo l’ho ritrovato addosso alle donne della mia famiglia, tra collane importanti e orecchini antichi.
Non era un materiale: era memoria. Anche prima di saperlo, lo stavo già ascoltando.

Hai un rituale creativo?
Nessun rituale. Le idee arrivano di notte, spesso durante l’insonnia. Disegno per non perderle.
I materiali fanno il resto: pezzi antichi, dettagli dimenticati, tradizioni da rimettere in circolo.
I luoghi sono fondamentali.
La Costiera Amalfitana è l’origine di tutto.
Poi Napoli, Pompei, Roma. Architettura, mitologia, stratificazione. Il mio lavoro nasce da un dialogo costante tra passato e presente.

Fascinus: dove si colloca tra superstizione, corpo e desiderio?
Non esiste un confine netto.
Il Fascinatum nasce come simbolo di protezione, non di provocazione. È un archetipo antico che parla di vulnerabilità, paura, bisogno di sentirsi al sicuro.
Non è erotico: è energia vitale. Un linguaggio del corpo che attraversa i secoli.
Il mio intento era trasformarlo in un promemoria emotivo: un oggetto che custodisce intenzioni, non superstizioni.

Perché tornare oggi a forme primordiali?
Perché viviamo un’epoca che censura o svuota il corpo.
Le forme primordiali non sono shock visivi, ma memorie collettive. Riportano il corpo alla sua dimensione sacra: origine, forza, creazione.
Tornare a questi simboli non è regressione, ma un modo per ritrovare un centro.

Il gioiello come estensione del corpo: ti interessa?
Sì, ma in senso emotivo.
Un gioiello indossato vicino al corpo smette di essere oggetto e diventa presenza.
Assorbe movimenti, calore, stati d’animo.
Per me l’amuleto è questo: una seconda pelle simbolica. Il corpo è memoria, il gioiello un modo per custodirla.

Perché Parigi?
Vivo a Parigi da vent’anni, ci sono arrivato per caso. Qui mi sono formato, ho lavorato nella moda, studiato gemmologia e fondato Il Coralliere.
Parigi mi ha costruito. L’Italia resta la mia bussola.
Il mio lavoro nasce proprio da questa tensione tra distanza e radici.

Come immagini il tuo lavoro tra dieci anni?
Spero che esista ancora.
Il corallo è una lavorazione antica e fragile, legata a un sapere artigiano che sta scomparendo. Vorrei che il mio lavoro contribuisse a renderlo visibile e contemporaneo.
Il mio obiettivo è crescere senza perdere identità, arrivare un giorno all’alta gioielleria e dare dignità a un materiale spesso sottovalutato.
Se tra dieci anni avrò fatto questo, sarà successo.

